Ciuff – I Giganti della Pallacanestro

Carriere leggendarie: il cattubbalo

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CARRIERE LEGGENDARIE - EPISODIO IV

Molto spesso la propria cerchia di amicizie si esaurisce nel proprio ambito sportivo, talvolta però i nostri migliori amici praticano uno sport diverso dal nostro. Quella che vi racconterò stasera è la storia di un mio caro amico, conosciuto in ogni ambito della propria vita come "il cattubbalo". In seguito scoprirete il perchè.

Amici da una vita, frequentate le stesse scuole sempre da compagni di banco (finché la maestra prima e la professoressa dopo non decidevano di separare il dynamic duo, generalmente dopo un paio di giorni), poi la stessa università in quel di Roma, il tutto senza però poter mai giocare a basket assieme, posto che il nostro cattubbalo, ad eccezione di un paio di stagioni di settore giovanile tra i 12 e i 14 anni, non ha mai avuto una grande passione per uno sport in particolare, alternando basket, calcio, judo e piscina.

Insomma, due vite sportivamente inconciliabili, non per sempre però. Accade, infatti, a un certo punto, che quella che era una carriera vissuta tra settore giovanile di buon livello, prima squadra "senior" e poi campionati più o meno professionistici, si concludesse in bellezza dopo un paio di stagioni emotivamente insoddisfacenti in serie C.

Già, perchè nel momento in cui il basket diventa dopo-lavoro, a quel punto prevale la strada del divertimento e, conseguentemente, stop alle trasferte ed ai massacranti allenamenti per far spazio al più classico dei circoli di aggregazione: la promozione, o Uisp, o CSi, insomma un qualsiasi campionato per veri amanti del basket, dove la gara di birre e la pizza post-partita sia determinante come o addirittura più dell'esito della gara vera e propria.

Finalmente, dopo tanto attendere, il momento era arrivato, un campionato nel quale si può giocare assieme. Ebbene sì, perché il cattubbalo non ha grande classe nè talento, ma è tenace ed è stato forgiato sui peggiori playground di tutta Italia, isole comprese, con picchi di altissimo livello specialmente in quel di Roma, forse perché dopato a causa dello smog della tangenziale tiburtina, dove un piccolo campo di oratorio è racchiuso tra strade, ferrovie ed altri gas non prettamente piacevoli per gli sportivi di turno.

Parliamo di un undersized di 178 cm, con un ruolo indefinito ed indefinibile. Sta a voi scegliere tra le tre alternative proposte, ovvero, in una visione prettamente ironica, guardia senza la mano sinistra, ala piccola senza tiro da tre punti, ala forte senza 15 cm o, in una visione ottimistica, guardia o ala piccola senza tiro ma francobollata all'avversario più pericoloso, o magari ala forte dinamica dal facile rimbalzo d'attacco.

1891253_729282237105076_1047033724_n copyIn pratica, un animale da difesa, rivedibile in attacco, dove nessuna variabile certa poteva lasciar ipotizzare o chiarire quale tiro fosse andato al ferro e quale si sarebbe concluso nel più classico degli airball. E, soprattutto, quando vai dentro in penetrazione e ti raddoppiano lasciandolo solo, puoi vedere il terrore nei suoi occhi, perché sa già che gli arriverà il pallone ma sa anche che sbaglierà il più facile degli appoggi!

Ma torniamo a noi, al campionato in discorso, finalmente insieme su un parquet di pallacanestro, niente altro contava. Dopo un paio di partite di ambientamento, il coach di turno capisce che il cattubbalo come ala forte può essere utile per davvero. Non farà mai canestro, ma è sicuramente in grado di dare una scossa al resto della squadra difensivamente, invogliando tutti, con l'esempio, a produrre di più.

Finalmente arriva la partita della verità. Sotto di quindici punti nel primo tempo, in un accesissimo derby con quasi 30 persone al palasport (record di incassi per la stagione) e addirittura un fotografo, comincia un recupero prodigioso che porta in parità all'ultima azione. A quel punto, ovviamente, il cattubbalo sa bene cosa deve fare, sparire dalla circolazione perchè se riceve palla è fottuto. Attacco effettuato alla perfezione, al tiro va un altro giocatore ma sbaglia, la palla rimbalza sul ferro e chi va a rimbalzo? Lui, solo lui. Il cattubbalo.

Nella concitazione, l'arbitro fischia, c'è il bonus, due tiri liberi. Gli avversari si disperano, i compagni pensano "è fottuto", lui stesso esclama "sono fottuto". Del resto, la percentuale in carriera è 0%, ovvero zero tiri realizzati su forse due tentati in tutta la propria vita cestistica. Venendo alla partita in discorso, il tabellino personale recita circa 25 minuti, zero punti, 4 falli fatti, 0/1 al tiro, una decina di rimbalzi e un paio di recuperi.

Time out. La tensione è alle stelle, sul punteggio di 63 pari. Da vero amico scatta il consiglio: "non ti cagare addosso che se ti trema la mano il tiro esce corto, meglio se tiri una balata ("pietrata") sul tabellone, almeno non fai una figura di merda". Detto fatto, tabellone incrinato ma il ferro accoglie la preghiera e si vince per 64-63. Vittoria clamorosa, rimasta alla storia, per usare il jordanesco in modo del tutto autoironico, come quella volta in cui io e il cattubbalo segnammo 40 punti in due..

Spettacolo puro, la vittoria restò un dettaglio, così come il secondo tiro libero, che scheggiò di poco il primo ferro. Ma il cattubbalo era proprio questo: grinta, cuore e determinazione.  Ah, resta soltanto un aneddoto da svelare: il soprannome "cattubbalo", che letteralmente si riferisce al calabrone nero gigante. Potete immaginare a quale particolare anatomico si riferisca e, quindi, perchè tutti quei rimbalzi nonostante i soli 178 cm di altezza, perchè fargli un tagliafuori è un rischio che nessuno vorrebbe mai correre!

A.D.V.

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