Ciuff – I Giganti della Pallacanestro

Ciuff, a tu per tu con Lino Lardo

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1517706_10152140110519100_304361164_n copyParlare di pallacanestro è sempre un divertimento quando a farlo sono dei veri appassionati del gioco, diventa un piacere assoluto se a farlo è un ex giocatore e grandissimo allenatore come Lino Lardo, che in questa intervista "a tutto campo" ci parla di massimi sistemi, delle formule dei campionati, tra Lega Gold e serie A, di italiani e soprattutto di giovani, con qualche delucidazione sull'evoluzione del gioco e sulle ripercussioni di ciò sul ruolo dell'allenatore. Il coach, sempre estremamente gentile e disponibile, ci ha regalato, davanti ad un aperitivo, questa piacevole chiaccherata che trovate qui di seguito sintetizzata. Godetevela.

Coach, partiamo dalla sua squadra attuale. Lei dopo tanti anni di serie A ha abbracciato il progetto della Pallacanestro Trapani in LegaGold. Come valuta questa nuova formula gold/silver del torneo cadetto?

Sará il tempo a darci una risposta, comunque di sicuro ci voleva un cambiamento per far aumentare l'interesse degli appassionati, un pò scemato negli ultimi anni. In più, devo dirvi che a me piacciono le novitá.

E come valuta invece il livello della Lega Gold, anche in rapporto  alla serie A?

La lega gold è un campionato competitivo che mi piace molto, anche perché, con otto italiani nei roster, le squadre acquisiscono una propria identità con conseguente maggiore chimica ed amalgama del gruppo. Certamente la serie A è di un livello superiore ma, con sette o otto stranieri per squadra, e qui parlo da allenatore, difficilmente si può creare un sistema oppure lavorare su un progetto a lungo termine. Il problema si riversa anche su tifosi ed appassionati, che non riescono più ad identificarsi con i giocatori, essendo ormai scomparse le bandiere. Ad ogni modo, si tratta di un bel campionato davvero, molto equilibrato e con un discreto spettacolo.

Lei che ha vissuto la serie A da assoluto protagonista, ha nostalgia del massimo campionato? Che valutazione ne dà?

Di certo la serie A rimane il massimo palcoscenico italiano, con giocatori talentuosi e di alto livello, però, come già detto, l'idea di poter trasportare la mia idea di pallacanestro e la mia visione del gioco,  al fine di portare avanti un progetto mi affascina. In più, sto cominciando anche a vedere belle partite in Lega Gold, con squadre ben organizzate e gestite; soprattutto i giocatori, anche forse per il minor numero di stranieri, danno l'idea di avere un maggior senso di appartenenza verso le rispettive squadre.

 Cosa cambierebbe in serie A?

Decisamente per un allenatore è difficile creare un gruppo, con così tanti stranieri ai quali è difficile chiedere di "giocare con il cuore", quindi per me le squadre dovrebbero tornare ad avere una maggiore identità, come una volta. E poi, certamente, il mercato sempre aperto non aiuta, poiché una squadra potrebbe essere completamente stravolta nel corso del campionato. 

Lei ha allenato grandissimi giocatori, specialmente tra i playmaker, ma fra tutti spicca Sasha Djordjevic.

Djordjevic "ha fatto letteralmente le mie fortune", arrivando a Milano a febbraio e portandoci fino alla finale scudetto, inserendosi in un gruppo che giá stava facendo tanto, oltre le aspettative iniziali. A quel tempo Sasha era fisicamente a fine carriera ma ancora spiccava il suo talento e, soprattutto, riuscì ad imporsi come leader, grazie alla sua grande mentalità, tipica degli slavi di quel tempo.

A proposito di slavi, prima erano più antipatici ma vincevano sempre, adesso qualcosa è cambiato. Si tratta di un cambio di mentalitá?

Sicuramente, erano giocatori a cui non dovevi insegnare nulla, tecnicamente e tatticamente preparitissimi, con un'etica del lavoro eccelsa. Ho avuto modo di incontrarne tanti, sia sul campo, ad esempio Dalipagic e Cosic, sia da allenatore; mi viene in mente anche Sasha Danilovic, uno che tra i vari Ginobili , Rigadeau e tutti gli altri talenti che sono passati dalla Virtus Bologna, ha sicuramente lasciato l'impronta vincente maggiore, vuoi per il suo talento, vuoi per l'atteggiamento, che ai più lo faceva apparire antipatico, ma che ti faceva vincere partite e trofei.

Capitolo italiani, secondo lei perché in così tanti e cosi importanti sono scesi in Lega Gold?

Sono scesi tanti giocatori, è vero, ma quelli che spostano per davvero sono rimasti in serie A. Gli stessi Basile e Soragna sono ormai avanti con l'età e non erano più opzioni principali nel massimo campionato, e magari con tutti questi stranieri avrebbero avuto difficoltà a trovare spazio.

E Mancinelli?

Per lui la scelta è diversa e soltanto lui può conoscerne il reale motivo, probabilmente già lo scorso aveva giocato al di sotto delle sue concrete potenzialità, e poi potrebbe avere abbracciato il progetto di Torino, importante sia a livello sportivo che economico.

-Veniamo ai giovani, come valuta il sistema dei tre under 1992 obbligatori in Lega Gold?

In realtà sono pochi gli under che spostano per davvero, che possono cambiare gli equilibri di una squadra di Lega Gold. A parte quelli di Biella, che ha fatto una scelta precisa proprio perché Laganà e Lombardi erano già parte del roster della serie A, nella scorsa stagione, e pochi altri, gli under in generale non hanno molte responsabilità e, pertanto, difficilmente potranno crescere. Se fosse per me, la soluzione potrebbe essere quella di creare una serie ad hoc per gli under (magari under 23), un vero e proprio campionato nazionale, vuoi la Lega Silver, oppure la DNB, in cui si affrontano i migliori prospetti giovanili, magari con un paio di over, o con due stranieri, per aumentare un pò il livello e la fisicità. In questo modo, i ragazzi potrebbero essere concretamente responsabilizzati in modo tale da farsi trovare pronti per un eventuale salto di categoria.

Per ritornare come movimento ai vertici europei, sia per club che per nazionale, cosa si dovrebbe fare?

Far giocare molto di più gli italiani. E' vero che si dice che gli italiani buoni giocano comunque, ma la realtà è che i giocatori devono avere l'opportunità di scendere in campo per migliorare. Anche per questo la Lega Gold è fondamentale per il movimento perchè è in grado di produrre buoni giocatori.  Poi, è chiaro, si tratta anche di una questioni di cicli, in questo momento, a parte gli NBA, si fa fatica a trovare italiani che davvero spostino a livello europeo.

Negli ultimi anni, però, un argento e un oro under 20, che ne pensa?

Sono buoni segnali, però a questi risultati poi si dovrebbe dare un seguito. Forse è soltanto questo il primo anno in cui gli azzurrini d'argento riescono a trovare spazio nelle rispettive squadre. Con regole diverse, avrebbero sicuramente trovato più spazio e magari oggi sarebbero più avanti nel loro processo di crescita tecnica e tattica. Mi vengono in mente i vari Melli, Polonara, Gentile e De Nicolao principalmente, ma anche Cervi ha dimostrato di poter valere la serie A, e pure M.Vitali è cresciuto, procedendo per gradi e facendo i passi giusti. Però siamo in ritardo di due anni, questi ragazzi dovevano giocare già due anni fa.

E quanto agli azzurrini d'oro dell'ultima estate?

Appunto, quanti ce ne sono che giocano tanto in serie A? Nessuno. E poi, a parte Laganà, Ruzzier e Tonut, anche in Lega Gold stentano a trovare spazio. Ad esempio, con regole diverse, un giocatore come Laganà potrebbe già trovare spazio, minuti e responsabilità anche nella massima serie.

Lei, da grande playmaker, come vede l'evoluzione del ruolo e del gioco in generale?

La figura del playmaker classico, uomo d'ordine alla Davide Bonora, per fare un esempio, non esiste più. Quel ruolo si è estinto; se vogliamo, l'unico che gioca un pò con quello stile, a "testa alta", guardando i compagni, è Matteo Imbrò. Anche se pure lui si è adattato ai nuovi sistemi offensivi, eccellendo ad esempio nel pick'n roll. Davvero è un ottimo giocatore, ricordo che, in vari tornei, io impazzivo quando alcuni scout ne evidenziavano i difetti, sostenendo che non avesse l'atletismo per i massimi livelli, e parliamo di tornei che Imbrò assolutamente dominava,  sbaragliando ogni concorrenza a livello di pari età europei. Parliamo di un ragazzo che davvero può ambire al top, in Europa sicuramente. Ad ogni modo, a parte lui, forse l'ultimo playmaker che mi ha davvero affascinato è stato Nikos Zizis, l'ultimo dei playmaker classici.

Com'è cambiato in questi 20 anni il gioco della pallacanestro?

Sicuramente c'è più atletismo, il gioco è molto più veloce e fondato principalmente su pick'n roll e letture offensive. Io non voglio essere critico verso il pick'n roll, ma si tratta di uno schema in cui sostanzialmente due giocano e altri tre stanno fermi ad aspettare uno scarico. Dovrebbe essere una delle soluzioni all'interno di un sistema offensivo, invece ormai se ne abusa. Tralaltro, spesso mi è capitato di sentirmi dire dai giocatori che riescono ad esprimersi meglio solo con il pick'n roll e, questo, in un mondo in cui conta principalmente il risultato, potrebbe condizionare le scelte di un allenatore.

Quindi, l'evoluzione del gioco ha condizionato anche il ruolo del coach?

No, non proprio. Io, da parte mia, ho sempre cercato di migliorare i miei ragazzi, però effettivamente in questo contesto, in cui i risultati nell'immediato sono fondamentali, un allenatore difficilmente ha la possibilità di essere davvero un "insegnante" per i propri giocatori. Per quanto mi riguarda, al momento sono soddisfatto del lavoro svolto fin qui a Trapani, perchè la squadra ha acquisito un'identità, si è creato un buon sistema e anche i giovani stanno cominciando a trovare un proprio spazio, e di tutto ciò sono soddisfatto.

 Andrea Di Vita Dario Gentile (Uff. Stampa Pall. Trapani)

 

 

 

 

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